Ma cos’è questa crisi?

La crisi che vediamo colpire duramente anche il Valdarno, con fallimenti, ridimensionamenti aziendali e una disoccupazione in preoccupante ascesa, ha un “imprinting mondiale” e, ormai questa è storia, ha avuto inizio nel 2007-2008 negli Stati Uniti.

L’origine della crisi mondiale è di natura finanziaria. In particolare a cavallo fra il 2007 e il 2008 si verificarono i seguenti eventi:

  1. aumento abnorme del costo del petrolio causato dall’incremento di domanda dei paesi emergenti come Cina e India;
  2. fallimenti nel mercato bancario statunitense dovuti in prevalenza alla non sostenibilità dei mutui contratti dalle famiglie per l’acquisto delle abitazioni, in seguito all’aumento dei tassi di interesse; conseguente crisi edilizia con crollo dei valori delle case e della “bolla” immobiliare;
  3. la crisi delle banche statunitensi, a causa della forte interconnessione delle economie e, soprattutto, a causa di sciagurati prodotti finanziari (i “derivati”) in cui erano stati trasformati e rivenduti i mutui rischiosi “a pezzetti” ad altri istituti finanziari (la cosiddetta “cartolarizzazione”), ha determinato un effetto domino catastrofico.

Come conseguenza si ebbe, nell’anno successivo, una recessione a livello globale che toccò molto pesantemente anche l’Italia, la quale registrò una perdita di oltre 3 punti percentuali di PIL. Da questa pesante crisi l’Italia, a distanza di quattro anni, non è ancora uscita e le prospettive rimangono negative nel breve e medio termine.

In Italia le ripercussioni economiche hanno avuto un esito ancora più pesante soprattutto a causa dell’indebitamento dello Stato, che deve pagare annualmente cifre enormi di interessi (il debito pubblico italiano è il terzo del mondo, dopo Stati Uniti e Giappone).

La crisi ha colpito a tutti i livelli, sono diminuiti sia i consumi delle famiglie che gli investimenti, è aumentata la disoccupazione e si sono corrosi anche i risparmi (l’Italia è stato, fino a pochi anni fa, uno dei paesi con la maggiore propensione al risparmio del mondo).

Come abbiamo visto, uno dei fattori scatenanti della crisi mondiale è legato alla crisi dell’edilizia in particolar modo residenziale.

Il mercato immobiliare, dopo la breve crisi del 1992-1993, è stato sostanzialmente in crescita per circa 15 anni. Un periodo così lungo non si era registrato nemmeno nell’immediato dopoguerra, quando era necessario ricostruire una intera Nazione.

Semplificando molto, la crescita del mercato residenziale è stata trainata, negli anni novanta, dall’accasamento della generazione “baby boom” ovvero i nati nel periodo che va dai primi anni sessanta ai primi anni settanta, che in quegli anni, molto semplicemente, lasciavano le abitazioni dei genitori andando a vivere per conto proprio o in coppia. Successivamente ci sono state numerose forme di incentivazione per gli investimenti immobiliari (leggi “Tremonti”) che hanno prodotto una vera e propria cementificazione del territorio e che, in alcune zone d’Italia fra cui anche il Valdarno, hanno portato a costruire un enorme numero di capannoni ad uso artigianale e industriale, oggi in molti casi inutilizzati. Capannoni inutilizzati e aree produttive incomplete o addirittura morte alla nascita sono sotto i nostri occhi, da Incisa a Levane, tutti i giorni.

Il meccanismo è stato reso ancora più perverso dalle nostre norme che di fatto spingono i comuni a puntare sull’urbanizzazione dei loro territori. I Comuni infatti vedevano (e vedrebbero tuttora, se solo il mercato “tirasse”) negli incassi derivanti dalle opere di urbanizzazione e concessioni edilizie varie la forma più facile per fare cassa.

Il mercato dell’edilizia valdarnese è oggi stagnante, con molte case invendute, anche a causa di prezzi che nonostante tutto non scendono. Le imprese del comparto sono in forte crisi, ad eccezione di chi ha saputo diversificare le proprie attività, innovando il modello di business.

Il Valdarno tuttavia non è certo solo edilizia. Il nostro tessuto industriale è storicamente forte, culturalmente radicato, con una diffusa imprenditoria. Nel corso della sua storia ha saputo riconvertirsi spesso, e riconversione e innovazione sono le uniche leve strategiche che hanno a disposizione le nostre aziende che non possono certo competere sotto il profilo dei costi con i paesi emergenti. Certo è che riconversione e innovazione abbisognano di capitali che negli ultimi tempi gli imprenditori hanno investito molto spesso nel “sicuro” immobiliare o in prodotti finanziari, sottraendoli alle aziende, con i risultati di cui sopra. Il capitale è stato quindi in buona parte distratto da impieghi industriali e “immobilizzato”. Oggi le banche, con la stretta del credito, non consentono di effettuare investimenti produttivi e gran parte delle imprese si ritrovano quindi paralizzate ma costrette a far fronte alla concorrenza internazionale. C’è insomma il concreto rischio di avvitarsi in un circolo vizioso.

Non possiamo sapere quanto durerà la crisi e nessuno sa come andrà a finire. Probabilmente un riequilibrio si avrà quando la finanza perderà il peso che oggi ha nelle scelte politiche, grandi e piccole. Questo perché la finanza ha obiettivi di breve e di medio periodo del tutto sganciati da concetti come equità e giustizia sociale. Insomma, quando la finanza tornerà a rivestire il suo ruolo di supporto allo sviluppo economico, sarà un buon segno. Ma oggi siamo molto lontani da questa prospettiva, visto che lo Stato e l’economia tutta è in mano de facto alla finanza.

Può essere banale, ma le banalità racchiudono quasi sempre delle grandi verità: come andrà a finire dipende da noi, da come governiamo la nostra vita, le nostre aziende e la cosa pubblica, sapendo che la nostra felicità non è data né dallo spread che scende né dal PIL che cresce, ma dalla qualità delle nostre esistenze.

E ora, sigla.

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