L’economia del fare. Proposte per il Valdarno

Negli ultimi anni si è diffusa l’idea che il sistema economico occidentale si sarebbe evoluto verso una pressoché sua completa smaterializzazione, limitandosi alla produzione di soli servizi, mentre i beni risultato dei processi industriali sarebbero stati importati dai paesi a basso costo di manodopera. Il termine “postindustriale”, spesso usato per aggettivare l’epoca che stiamo vivendo, è l’estrema sintesi di questo concetto.

Questa visione oggi è sempre più criticata e anche le società di consulenza strategica più importanti, come la Boston Consulting Group, prevedono che nelle aree dei trasporti e dei computer, come nell’industria metallurgica e meccanica, entro il 2020, gli Stati Uniti costruiranno in casa dal 10 al 30% di ciò che ora importano dalla Cina.

La ragione principale di questa “restaurazione” consiste nella crescita di quelle economie, come la Cina appunto, che porta nel lungo periodo a un incremento del costo del lavoro e, tendenzialmente, minori profitti. La produzione nell’area asiatica rimarrà nei prossimi decenni sempre importante, ma sarà legata più alla forte domanda interna che a quella esterna.

Ci sono anche altri motivi che potranno concorrere al determinarsi di questo scenario:

  • l’evoluzione e l’adozione di tecnologie che abilitino il passaggio dalla “produzione di massa” alla “massa di produzioni”
  • la volontà strategico-politica di non disperdere l’enorme patrimonio del “saper fare”, base di ogni produzione

Dalla produzione di massa alla “massa di produzioni”: la democratizzazione del sistema economico
Tecnologie che solo qualche anno fa erano inesistenti oppure scarse e costose oggi sono disponibili ai più.
Pensiamo all’energia, con lo spostamento del modello di produzione dalla mega-centrale ai mini-impianti basati sulle rinnovabili.
Una delle novità tecnologiche più importanti da questo punto di vista sono le stampanti 3d, non tanto per quello che possono offrire oggi, ma per la probabile evoluzione che avranno in futuro.

La stampa tridimensionale permette di avere una riproduzione reale di un modello realizzato con un software.
Le stampanti 3D offrono la possibilità di stampare e assemblare parti composte da diversi materiali con diverse proprietà fisiche e meccaniche in un singolo processo di costruzione. La stampa tridimensionale rende economico creare singoli oggetti tanto quanto crearne migliaia e quindi mina le economie di scala.

Durante l’evento World Wide Rome, Chris Anderson (direttore di Wired USA e teorico della coda lunga) ha raccontato come il movimento dei makers, cioè di quelli “che fanno”, costituirà “nella prossima decade” la terza rivoluzione industriale. Anderson sostiene che se l’invenzione delle macchine e delle fabbriche ha fatto la prima rivoluzione, e se la diffusione di massa dei computer – e delle piattaforme sociali – rendendo la produzione e distribuzione dei contenuti digitali alla portata di tutti, ha costituito la seconda, la terza rivoluzione industriale sarà quella dei makers, ovvero coloro che riusciranno a democratizzare produzione e distribuzione anche nel mondo reale, nel mondo degli atomi, e non solo in quello dei bit: “Why atoms are the new bits” era proprio il titolo di un editoriale che Anderson pubblicava nel suo giornale già nel 2010.

Il concetto di “democratizzazione della produzione” sta (ri)portando in auge alcune intuizioni e concetti vicini al marxismo che, una volta slegati dalle negative esperienze del socialismo reale, assumono una nuova luce: la proprietà dei mezzi di produzione potrebbe spostarsi, non del tutto ma certamente di più di quanto lo sia oggi, dal capitale alle persone. Ciò potrebbe portare ad una struttura produttiva più fluida, in cui il peso delle economie di scala (e di conseguenza dell’accumulo di capitale) è notevolmente attenuato e quindi in definitiva maggiormente libera sotto il profilo economico.

Secondo questo scenario il sistema economico occidentale, ed europeo in particolare, potrebbe vedere un ritorno all’industria, inteso come settore che produce beni, da tempo ormai sorpassato come peso dal terziario, ovvero dal settore che produce ed eroga servizi.

Il rischio “Isola di Pasqua”: la distruzione del patrimonio del “saper fare”
L’economia italiana è stata e in buona parte lo è tuttora, una economia basata sulla manifattura. Questo vale in misura ancora maggiore per il Valdarno.
Lo smantellamento della manifattura che è evidente anche nel territorio in cui viviamo, provoca una perdita di conoscenze che vengono dalla cultura dell’artigianato che si è fatto in seguito spesso industria.

La perdita di questo “saper fare” non deve essere intesa solo come una perdita tecnica, ma come perdita culturale. Un popolo, come una persona, si identifica in ciò che fa, e questo non è un dato anagrafico, ma culturale.
La dispersione completa di questo giacimento di competenze porterebbe ad un azzeramento di questa cultura e ad una situazione simile a quella in cui si trovarono gli abitanti della prospera Isola di Pasqua quando per futili motivi disboscarono completamente il territorio in cui vivevano: le foreste non potevano dare più i loro frutti e il terreno si impoverì. Non fu più possibile ricostituire la foresta.

Una proposta per il Valdarno. Anzi due.
La vitalità di una economia è misurabile da vari fattori, ma uno è particolarmente significativo: il tasso di natalità di nuove imprese. Quante sono le imprese che nascono nel Valdarno? Per imprese non intendo tutte le nuove iscrizioni alla Camera di Commercio, ma delle vere e proprie startup. Quante di queste appartengono al settore industriale? Questo dato non è facilmente reperibile, mentre la sua conoscenza è di fondamentale importanza.
Purtroppo la sensazione è che negli ultimi anni fare impresa da zero, ovvero creare una startup, sia diventato sempre più difficile. Un trend che favorisce la perdita culturale del saper fare.
La prima proposta è rivolta alla Politica ed è quella di istituire questo osservatorio.

La seconda proposta invece riguarda la coltivazione dell’humus che favorisce la nascita delle nuove aziende. I territori hanno una loro identità economica: occorre quindi rilevare le eccellenze presenti nel Valdarno e su queste eccellenze costruire un luogo (un incubatore) in cui le idee possano essere sviluppate in progetti di impresa e successivamente in aziende in grado di muoversi autonomamente sul mercato. Ad esempio, uno dei settori storici (se partiamo dall’industria anteguerra del cappello) e trainanti dell’economia valdarnese è la moda. Quindi l’incubatore dovrebbe raccogliere idee imprenditoriali in questo settore, vagliarle, selezionarle e accompagnare all’ingresso del mercato quelle meritevoli sulla base di criteri il più possibile oggettivi.
Questo progetto deve vedere la compartecipazione di soggetti pubblici e privati del territorio. Ma non deve essere una delle ammucchiate che abbiamo visto negli ultimi decenni. Basta seguire gli esempi buoni e che funzionano, basta seguire il corso dell’Arno: dopo soli 100 chilometri troveremmo il Polo di Navacchio, un piccolo gioiello da imitare.

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